Juliette – Capitolo 32

scritto da Nigthafter
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Alan Caron era in preda a una trepidazione febbrile. Non aveva quasi chiuso occhio quella notte.
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Testo: Juliette – Capitolo 32
di Nigthafter

Juliette – Capitolo 32

René Vasseur aveva trovato nel magazzino del B&B una guida telefonica di due anni prima, le pagine ingiallite e un po' ruvide.
Uscì a metà mattina e si diresse verso il centro di Escalles-sur-Dunes a passo deciso.
Un sorriso stretto, quasi crudele, gli affiorava agli angoli della bocca.
Ci aveva rimuginato a lungo la notte precedente, finché l'idea non gli era scesa addosso d'improvviso, chiara e fredda come una lama.
Alan Caron e quel suo tentativo di ricatto sarebbero stati sistemati ottimamente.
La mattina era di una chiarezza tagliente. Il vento della notte aveva spazzato via ogni nuvola e ogni residuo di foschia, lasciando il cielo nudo e il freddo che mordeva la pelle.
L'odore del mare arrivava forte, salmastro, quasi aggressivo.
Su una tavola di legno scuro un po' scrostata dal vento salmastro si leggeva:
"Reliure d'Art – Atelier Duval", sotto, in caratteri più piccoli: "Restauration de livres anciens – Travaux sur mesure".
La piccola vetrina a due ante, incorniciata di legno verde bottiglia sbiadito, guardava sulla strada stretta del villaggio.
Dietro il vetro un po' appannato si allineano volumi antichi restaurati aperti per mostrare carte marmorizzate e cuciture a mano, cartelle in pelle e tela con iniziali dorate, cornici e scatole regalo rivestite di carta pregiata.
Un cartello scritto a mano segnala: "Travaux de reliure et restauration – Commandes acceptées".
In estate la vetrina si riempiva soprattutto di cornici e scatole per i villeggianti; d'inverno restano i libri e le cartelle, più austere.
Dentro lo spazio è ristretto e alto di soffitto.
L'odore era una miscela di colla di pesce, cuoio, carta vecchia e leggero tanfo di umidità marina.
Il lungo banco di lavoro occupava quasi tutta la larghezza del locale, su di esso: presse a vite, coltelli da legatore, fili di lino e rotoli di tela.
Scaffali fino al soffitto contenevano risme di carta pregiate: goffrate, dal rilievo delicato: gigli di Francia, motivi a damasco, volute e ghirlande, pezzi di pelle e risme di cartoncino.
Una lampada a braccio getta una luce giallastra sul piano di lavoro; il resto rimaneva in penombra.
Dietro il bancone, da oltre quarant'anni, sedeva Jean-Pierre Duval, sessantadue anni, magro e un po' curvato. Capelli grigi in disordine, occhiali con montatura sottile, mani lunghe e nodose macchiate d'inchiostro ma sorprendentemente precise.
Parlava poco Jean-Pierre, con accento marcato della Côte d'Opale.
La sua reputazione gli portava lavori da collezionisti di tutta la provincia per il restauro di volumi rari, oltre al lavoro di fascicolazione ordinario.
D'estate vendeva le piccole produzioni decorative a turisti del villaggio.
Contro la parete di fondo, una vecchia taglierina industriale a leva manuale: un attrezzo pesante in ghisa grigio-verde, con la grande leva d'acciaio e la lama lunga e lucida.
La porta del laboratorio si aprì con uno scampanellio metallico, troppo acuto per quel silenzio imbottito di polvere e colla.
René entrò e se la richiuse alle spalle con cura, gettando un'occhiata alla strada per assicurarsi che nessuno l'avesse visto entrare lì.
Il vecchio Jean-Pierre alzò lo sguardo dal lavoro, sistemandosi gli occhiali sul naso con un gesto lento.
Gli occhi, dietro le lenti spesse, sembrarono metterci un attimo di troppo a metterlo a fuoco.
- Ciao, Jean-Pierre.
- Ciao, René - rispose l'uomo con un sorriso stanco. - È da un pezzo che non ti fai vedere.
René annuì e posò la guida telefonica sul bancone scuro, macchiato d'inchiostro e di colla secca.
- Ho bisogno della tua taglierina e della tua precisione, Jean-Pierre - disse, sorridendo appena.
Il vecchio inclinò la testa. - Che ti serve?
- Mi devi fare dei piccoli mucchietti con questa carta. Formato sedici centimetri per otto e mezzo. Fascicolati in mazzette spesse un centimetro e due. Cinque o sei, diciamo.
Jean-Pierre non rispose subito. Si limitò a fissare la guida telefonica, poi René, come se pesasse qualcosa che non era stato detto.

Alan Caron era in preda a una trepidazione febbrile.
Non aveva quasi chiuso occhio quella notte.
Le immagini dell'incontro con René, dopo la chiusura de L'Amarrage Gaspard, gli erano rimaste impresse nella mente.
L'ansia e la paura lo avevano quasi trasformato in una statua di sale nei momenti precedenti alla richiesta.
Il gelo della notte gli aveva bloccato il sangue nelle vene.
Poi, chissà per quale forza, era riuscito a farsi animo.
Non era stato facile, ma c'era riuscito: aveva ricattato René Vasseur e lui si era piegato.
Farlo a quell'uomo era come tenere stretto in mano un cobra e temere che, bastasse allentare la presa o distrarsi un secondo, ti uccidesse con un morso mortale.
Eppure era andata bene. Assai meglio di quanto avesse osato sperare.
All'alba, ancora insonne, si era cacciato giù dal letto.
Aveva scaldato una tazza di caffè e l'aveva bevuta quasi bollente, solo per svegliarsi.
Nel cortile la brina era dura come ghiaccio.
Mentre scavava con la vanga sotto la legnaia, il fiato gli usciva in piccole nuvole bianche.
Sapeva esattamente il punto: ottanta centimetri sotto terra, una cassetta di legno di quelle che un tempo contenevano due bottiglie di Bourgogne.
Quando la lama della vanga urtò qualcosa di solido, Alan si fermò.
Il cuore gli batteva forte. Si chinò sulle ginocchia, indifferente al freddo che gli mordeva le dita attraverso i guanti logori.
Le mani intorpidite cominciarono a scavare con cautela, grattando via la terra gelata che si sbriciolava in zolle dure.
Il legno emerse a poco a poco: scuro, annerito dall'umidità e dal tempo, le fibre gonfie e ruvide.
Passò le dita lungo i bordi, sentendo la grana porosa, molle in alcuni punti e ancora compatta in altri.
Un odore di muffa e di terra umida salì dalla buca, mescolandosi al freddo tagliente dell'aria.
Con uno sforzo sollevò la cassetta e la depose sul bordo della fossa.
Forzò il coperchio con il coltello. Il legno cedette con un gemito sordo.
Dentro, avvolta in uno straccio oliato ormai indurito e scuro, c'era la pistola del padre: una Colt M1911 A1 in calibro 45 ACP, una di quelle fornite agli Alleati ai maquis durante la guerra.
Pesante, robusta, il calcio nero ancora lucido sotto lo strato di olio e polvere.
Mentre la teneva tra le mani intorpidite, Alan ricordò.
Era stata la madre a ordinarne la sepoltura.
Aveva visto il padre, reduce del gruppo comandato da René, sprofondare sempre più spesso in crisi di rimorso per quello che avevano fatto a Juliette insieme agli altri.
Alcuni ex partigiani del gruppo avevano già scelto quella strada, sparandosi un colpo quando i fantasmi del sangue diventavano insopportabili.
Così lei aveva preso l'arma, l'aveva avvolta con cura e l'aveva fatta seppellire sotto la legnaia, lontano dalle mani di un uomo che non sapeva più vivere con i propri demoni.
Con quella in tasca si sarebbe sentito più sicuro al prossimo incontro con René.
Sarebbe stato un argomento convincete, qualora fossero sorti ripensamenti sulla consegna di quello che aveva chiesto.

La cascina abbandonata emergeva dalla notte come uno scheletro di pietra e legno marcio.
Il vento di novembre fischiava tra le tegole spezzate e faceva oscillare la vecchia lanterna di ferro che pendeva ancora dall'architrave, ormai spenta da anni.
L'aria sapeva di umidità, di foglie marce e di qualcosa di più antico: il tanfo dolciastro del muschio che cresceva sulle pietre del pozzo.
Il pozzo si apriva a pochi metri dalla porta diroccata, un cerchio nero di tre metri di diametro, bordato da un muretto basso di pietre irregolari consumate dal tempo.
L'acqua laggiù, se c'era ancora, non faceva rumore.
Solo un respiro freddo saliva dalla bocca oscura, come il sospiro di qualcosa che aspettava.
René arrivò a passo lento, la valigetta di cuoio nero stretta nella mano destra. La torcia di Alan Caron lo colse di lato, un fascio giallo tremolante che gli tagliò il viso e gli illuminò gli occhi.
Il giovane era immobile a un passo dal pozzo, un'ombra avvolta in un cappotto scuro, la torcia tenuta alta come un faro.
- Apri. - disse. - E resta lì. La voce era bassa, raschiata.
René posò la valigetta a terra, si chinò, aprì le due chiusure con un doppio scatto metallico.
Il fascio di luce scese dentro. Mazzette ordinate, sigillate con del nylon trasparente.
La prima banconota di ogni fascio era un vero cento franchi, la carta ruvida e usata. Sotto, solo carta della guida telefonica tagliata con precisione.
La luce della torcia tremò appena.
Alan annuì. - Lanciala ai miei piedi.
René afferrò la valigetta per il manico, la sollevò... e la lanciò non in avanti, ma in alto, con un movimento secco del polso.
La valigetta descrisse un arco breve e silenzioso, nera contro il cielo nero, e scomparve nella bocca del pozzo con un tonfo sordo, quasi assorbito dall'oscurità.
- Cazzo. No! - Alan ebbe appena il tempo di imprecare.
Il fascio della torcia si mosse di scatto, inseguendo la traiettoria della valigetta, illuminando per un attimo il vuoto nero.
In quello stesso istante René scattò. Non corse: si lanciò.
Il corpo si abbassò, le gambe si caricarono come molle, e in due passi fu su di lui.
L'impatto fu sordo, pesante. La spalla di René colpì il petto del giovane.
Barcollò all'indietro, i piedi che cercavano presa sulle pietre scivolose e umide del bordo.
La torcia gli sfuggì di mano, rotolò a terra tra le pietre e gli sterpi, ma non si spense.
Il fascio di luce rimase acceso, illuminando un angolo di terreno irregolare, le erbacce secche e le pietre grigie.
René non gli diede tempo di recuperare l'equilibrio.
Le mani scivolarono lungo il corpo, agguantarono le caviglie con una presa da ferro, e con un unico movimento fluido e brutale sollevò e spinse.
Alan emise un suono strozzato, metà grido e metà rantolo.
La pistola gli volò via dalla mano schiantandosi con un suono secco sulle pietre intorno al pozzo.
Il corpo si piegò all'indietro oltre il bordo di pietra.
Per una frazione di secondo le gambe rimasero ancora sulla terraferma, poi furono strappate via.
Le braccia si agitarono nel vuoto, dita tese e disperate in cerca di un appiglio, di una sporgenza, di qualsiasi cosa a cui aggrapparsi... ma trovarono solo l'aria nera e senza resistenza.
Il buio lo inghiottì.
Dal fondo arrivò prima il fruscio dell'aria, un battito disperato di mani che cercavano di aggrapparsi a qualcosa che non c'era, poi un tonfo sordo e bagnato, seguito da schizzi e da un gorgoglio soffocato.
Poi più niente. Solo il silenzio assoluto e il respiro freddo che continuava a salire dal pozzo.
René rimase qualche secondo in ginocchio sul bordo, il respiro corto.
Poi si alzò lentamente, si avvicinò alla torcia ancora accesa tra le pietre e gli sterpi, e la raccolse.
Il fascio di luce tremò leggermente, mentre si chinava sul bordo del pozzo e puntava il raggio verso il basso.
Laggiù, venti metri più sotto, nell'acqua nera e immobile, il corpo del giovane galleggiava a faccia in su.
Gli occhi erano sbarrati, bianchi e vitrei, fissi nel vuoto.
La bocca semiaperta, i capelli fluttuavano intorno al volto come alghe scure.
René tenne la luce ferma per qualche secondo, osservando in silenzio.
Poi, con un solo un filo di luce nella torcia schermata dalla mano, raccolse la Colt M1911 e la infilò nella tasca del giaccone, si allontanò nella notte, lasciando dietro di sé il cerchio nero del pozzo e il cadavere che silenzioso galleggiava nell'oscurità.

(Continua)

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